PIU’ CULTURA MENO PAURA

Mostra fotografica

Nel 2016, nella Casa della Cultura di Villa De Sanctis,  è stata ospitata, in occasione del convegno, la mia mostra fotografica intitolata “Diffidenze”

È lì, sul punto più alto dell’isola, la mia isola, Procida.
Se penso a cosa che è stato e a cosa sia adesso, non posso fare altro che immaginare l’occhio di una bellissima donna, con al centro conficcato un ago arrugginito: il carcere.

Un tempo si ergeva fiero e sprezzante, custodiva gelosamente in sé qualsiasi cosa; oggi è lì, abbandonato. A fargli compagnia solo gli echi della sofferenza, portati in silenzio per le sue viscere dalle anime di coloro che lì hanno lasciato tutto, anche la vita.

Non è stato semplice guardare dritto negli occhi ciò che è rimasto dietro quelle alte mura. L’emozione, lo smarrimento e direi anche l’accerchiamento, ogni volta aggredivano i miei sensi. Poi con il tempo, proprio come facevano loro, i carcerati, ho imparato a conviverci. Raccontare attraverso le immagini ciò che avvertivo è stata un’operazione a due livelli: il primo inerente a ciò che vedevo, il secondo relativo a ciò che avvertivo. È stato come scendere in fondo al mare e guardare i resti di un relitto solo grazie ai pochi raggi di luce che filtrano dalla superficie. Ancora oggi non faccio altro che domandarmi come poteva essere possibile il “recupero” in quella situazione e quindi se la sola limitazione di libertà possa essere la soluzione migliore per il reinserimento nella società civile.

Tolstoj diceva: “il fuoco non può essere spento con altro fuoco …”; invece nel carcere vige solo la regola della diffidenza: nessuno si fida di nessuno nel nome di un equilibrio che deve restare tale, costi quel che costi. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni? Non sono qui a fare il buonísta o a schierarmi per una politica della tolleranza, ma più che altro credo che forse il carcere per la società rappresenti una sorta di parcheggio, dove tutti coloro che hanno commesso qualcosa di ingestibile, debbano sostare. Spesso ci troviamo di fronte a casi di criminalità che lo stesso sistema sociale ha promosso.
Difatti il nostro mondo sfortunatamente, non è capace di guardarsi dentro, ma solo di pensare a come esistere oggi, dove la legge della bellezza effimera è l’unica protagonista e dove un’opera d’arte come un essere umano può essere accantonata strappandole anche il gusto di ascoltare pronunciato il suo nome.

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